La dignità taciuta - :: COMUNE DI LUZZARA ::

LUZZARA NON DIMENTICA | La dignità taciuta - :: COMUNE DI LUZZARA ::

LA DIGNITA' TACIUTA

 

Raccontare poco non era giusto,

raccontare il vero non si era creduti.

Allora ho evitato di raccontare,

sono stato prigioniero e bon, dicevo ?..

 

(un deportato italiano)


PREFAZIONE


In questi anni d'adolescenza fra episodi raccontati a voce, come succedeva tanto tempo fa, mi sono sempre chiesta come mai si ricordavano con così tanto fervore i partigiani e le loro storie, ma nessuno scriveva di persone come i soldati italiani prigionieri in Germania. Come se fosse una pagina di storia da dimenticare e queste persone avessero avuto l'onta di lavorare per il nemico tedesco avendo la possibilità di scegliere. Ma è stato così?.......... Ragazzi di diciannove anni, nella maggior parte dei casi precettati dopo varie intimidazioni, catapultati in una realtà di stenti e maltrattamenti, hanno avuto veramente la possibilità di scegliere? Forse sì: lavorare e vivere, o morire per una patria ed un governo, nel quale tanti non credevano e che li aveva abbandonati al loro destino. Lavorare con la speranza di rivedere i volti familiari di casa, tornare ad una vita dignitosa. Ma anche questa non è forse una forma di "resistenza"?


Con questo non desidero sminuire il valore dei partigiani, che rispetto e ammiro per la loro scelta coraggiosa, ma credo che la storiografia italiana sia stata fino ad ora tendenziosa e miope nei confronti dei soldati reduci della prigionia. A queste persone, infatti, non è stato nemmeno riconosciuto il ruolo di "schiavi di guerra" e tuttora sono in corso cause legali per farsi riconoscere quel minimo di dignità che fu loro tolta e mai resa.

Diventando adulta, la mia curiosità è divenuta reale desiderio di conoscere e comprendere ed ho voluto approfondire. Quante volte è risuonato nelle mie orecchie "basta se nè già parlato anche troppo"?.. "io non ci voglio pensare sto troppo male", ma con pazienza ed un po' di perseveranza, ho proseguito, arrivando a capire che queste persone non solo hanno dovuto rinunciare alla loro giovinezza compromettendo a volte la loro salute, ma, se tornati, anche alla loro tranquillità psichica. La situazione è stata inoltre aggravata dal governo post- bellico che, nel paradosso, per archiviare velocemente le pratiche, li ha inquadrati alla stregua dei collaborazionisti. Riguardo questi aspetti un po' più nozionistici ho aggiunto dei brevi capitoli ad accompagnamento dei racconti dei sopravvissuti senza alcuna presunzione di completezza, ma con l'intento di chiarire a chiunque i loro ricordi, a volte un po' lapidari.

Questa raccolta di memorie vuole in primo luogo restituire loro la dignità della verità raccontata, quella di uomini che hanno lottato su tutto il fronte della vita.


Un grazie personale va a tutti coloro, in particolare ai miei familiari, che mi hanno trasmesso questi principi: i fondamenti della loro ripresa fisica e morale, fatta di una ricerca della serenità legata alla famiglia, alla casa, agli affetti resi forse ancora più importanti dalla lotta interiore ed esteriore che ha caratterizzato la loro giovinezza e che sempre fungerà da monito nella loro vita.



A tutti loro va la mia stima e la mia gratitudine.


Sara Lanza

 


 

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CONCLUSIONI

 

Ciò che emerge in modo abbastanza forte da questo racconto di esperienze vissute, oltre alla fame e agli stenti che credo comunque rivestano la loro importanza, è la SENSAZIONE DI ABBANDONO che accompagnò gli IMI in tutta la loro disavventura. Distacco che ci fu in un primo tempo da parte dello stato e in un secondo tempo anche da parte dei civili connazionali. Troppo semplicisticamente si declinò il ricordo di 650.000 italiani che percorsero questo calvario.



È facile definire "resistenza" quella di coloro che scelgono di mettere in gioco la propria vita per un'ideale, compiendo un atto eroico ed eclatante che ti pone all'attenzione di tutti. Credo comunque, di non svilire il valore di tali gesti modificando questo concetto e allargandolo alle esperienze di chi ha sopportato soprusi e difficoltà per ciò in cui credeva. Sono convinta, e su questo ho basato le mie esperienze di vita, che resistere è vivere. Ciò che ho visto nelle lacrime di queste persone segnate dalla prigionia e da ciò che la ha seguita non si cancellerà mai dalla mia mente. Questi uomini, non solo hanno vissuto ciò che hanno raccontato in queste righe, ma hanno dimenticato forzatamente tutto quando rientrati per difendere la poca umanità che ancora rimaneva loro.

Nessuno se ne è preoccupato al rientro, nessuno ne ha parlato, quasi fosse una vergogna da cancellare.

Neppure le istituzioni danno rilievo a queste persone che con il loro sacrificio avevano contribuito a formare quella che è la democrazia in cui viviamo.

Angosciante è rivedere che l'indifferenza che li ha circondati una volta rimpatriati in un luogo nel quale avrebbero dovuto trovare facce amiche, li ha fatti chiudere in un profondo silenzio, quasi a creare un vero e proprio meccanismo di rimozione della realtà.

Le angherie fisiche sono ingiustizie inumane verso chiunque ma le prevaricazioni morali e psicologiche colpiscono talmente profondamente da lasciare un segno indelebile.

Spero che chi non conosce questo pezzo di passato riesca a leggere tra le righe, a rielaborare ciò che hanno percepito, a raccogliere uno spunto per una riflessione su ciò che è umano e sensibile e su ciò che non lo è.


Tutto questo nella speranza che mai più si ripeta.

 

 

foto della serata di presentazione del libro:

Sala tavolo


Il libro è disponibile presso le edicole di Novellara.
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